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PRESENTAZIONE La Chiesa
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La Chiesa
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2. L’interno

La chiesa, prima del riordino settecentesco, aveva cinque altari: il maggiore e quattro lungo le pareti laterali, due a destra e due a sinistra.

Il primo altare a sinistra era dedicato a S. Romualdo con una bellissima tela di Francesco Maffei; il secondo era dedicato a S. Domenico di Suriano e aveva una pala dipinta da Alessandro Maganza. Dopo il secondo altare di sinistra era appeso al muro un quadro di Giulio Carpioni che rappresentava la Vergine col Bambino tra i santi Rocco, la domenicana Rosa da Lima e Luigi IX re di Francia; dovrebbe essere stato un ex-voto eseguito durante o dopo la peste del 1630 che dimezzò la popolazione della città. L’ipotesi si regge sui santi raffigurati: S. Luigi IX morto di peste e patrono dei Domenicani, S. Rocco protettore contro la peste e la domenicana S. Rosa protettrice contro le malattie infettive.

Il primo altare a destra era dedicato a S. Giacinto, ma era di mediocre pregio architettonico e pittorico; il secondo era dedicato alla Madonna del Rosario e fu fatto erigere nel 1579 dalla priora suor Osanna Pigafetta che aveva commissionato ad Alessandro Maganza la tela e i 15 piccoli tondi con i misteri del rosario. È da sottolineare che, dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto (1571), furono i Domenicani a rilanciare nella loro chiesa veneziana dei SS. Giovanni e Paolo e in tutte le chiese della terraferma veneta le confraternite del Rosario; prontamente anche nella chiesa vicentina delle Domenicane fu innalzato un altare dedicato alla Madonna del Rosario. Il nipote di Osanna, l’illustre viaggiatore e geografo Filippo Pigafetta, aggiunse all’altare del Rosario alcuni ornamenti e una ricca dotazione per cui gli fu concesso di essere sepolto all’interno della chiesa. Sull’altare era posta la seguente iscrizione:

ARAM HANC S. HOSANNA PIGAFETTA A FVNDAMENTIS EREXIT. PHILIPPVS PIGAFETTA NEPOS EXORNAVIT ET DOTAVIT.

[Suor Osanna Pigafetta eresse questo altare. Il nipote Filippo Pigafetta [lo] ornò e dotò].

Filippo morì il 26 ottobre 1604 e in suo ricordo il cognato Odorico Capra fece scolpire un busto e una lapide contenente un lungo elogio funebre che celebrava la poliedrica ed emblematica figura di Filippo Pigafetta:

PHILIPPUS PIGAFETTA PHILOSOPHIAE, MATHEMATICES, NOBILIORVMQUE DISCIPLINARVM PERITISSIMUS, LINGVARVM COGNITIONE EXCELLENS, LATINAM, GRAECAM ET EUROPEAS FERE OMNES MIRABILITER CALLVIT. MACEDONIAE PHALANGIS ET ROMANAE LEGIONIS ORDINES, MARITIMARVM ACIERVM ARTEM EX OMNI HISTORIA FELICITER PERQVISIVIT. PERAGRANDI CVPIDVS, ET ANTONII GENTILIS SVI EQVITIS HIEROSOLYMITANI, QVI PRIMVS TERRARVM ORBEM CIRCVMIIT, GLORIAE AEMVLVS, ABDITISSIMAS QUOQUE REGIONES ADIVIT, MONTEM SINAI HIEROSOLYMAMQUE PIE INVISIT. AD REGEM PERSARUM DE FOEDERE IN TURCAM CONCILIANDO A SISTO V MITTITUR. NOSTRATIS MILITIAE HAUD IGNARUS FUIT; NAM NOBILISSIMAM APUD ECHINADAS NAVALEM PUGNAM, DUAS PARISIENSES OBSIDIONES, ALBAM REGALEM STRIGONIAMQUE FORTITER DEBELLATAS, CHIAVARINUM AMMISSUM ACCEPTUMQUE SINONUM E DACIA FUGIENTEM, AGRIENSEM CLADEM CANISSAMQUE INFELICITER TENTATAM, STRENUAM NAVANS OPERAM, VIDIT. TANTARUM RERUM USU AD ITALIS CAETERISQUE PRINCIPIBUS SUMMO IN HONORE EST HABITUS: FERDINANDI MAGNI HETRURIAE DUCIS DIUTURNA FAMILIARITATE USUS: INNOCENTIO IX USQUE ADEO IN DELICIIS, UT ET CUBICULARIUS INTIMUS, ET AD MAXIMAS RES GERENDAS FUERIT DESTINATUS, ET IN EXPEDITIONIBUS HUNGARICIS CARDINALIS ALD. COMES ET CONSILIORUM PARTICEPS. MULTA PRAECLARA SCRIPSIT; MULTA FORTISSIMO MILITE ET MAGNO DUCE DIGNA FECIT. SEPTUAGENARIO MAJOR, INTER AMPLEXUS SUORUM REIPUBLICAE CHRISTIANE BONO IMMATURE EREPTUS, MORTALITATEM EXPLEVIT ANNO MDCIIII. VII. KAL. NOVEMB. ODORICUS CAPRA EQUES AFFINI OPTIMO NON SINE LACRYMIS P.C.

[Filippo Pigafetta, coltissimo nella filosofia, nella matematica e nelle più nobili discipline, profondo conoscitore delle lingue latina e greca, era anche versatissimo in tutte quelle europee. Approfondì con ampie indagini storiche studi militari sulle falangi macedoni, sulle legioni romane e sulle squadre navali. Viaggiatore appassionato ed emulo in gloria del suo congiunto Antonio, cavaliere gerosolimitano che circumnavigò per primo la terra, percorse anche i paesi più remoti, mentre piamente visitò il monte Sinai e Gerusalemme. Fu legato di Sisto V presso il Re di Persia per stringere alleanza contro la Turchia. Ben conobbe le guerre del nostro tempo: infatti, assistette, prendendovi parte da valoroso, alla celebre battaglia navale presso le Echinadi (= Curzolari nel golfo di Patrasso), ai due assedi di Parigi, alla violenta conquista di Alba-Regia (= Székesfehérvàr in Ungheria, a nord-est del lago Balaton) e di Strigonia (= Esztergom), alla perdita ed alla riconquista di Giavarijno (= Györ sul Danubio piccolo) e vide Sinam Pascià fuggire dalla Dacia (= Ungheria ad oriente del Tibisco) e la strage agriense (= strage di Erlau) e l’infelice assedio di Canissa (= Kanisza). Per aver partecipato a così grandi imprese venne tenuto in sommo onore dai Principi d’Italia e di altri paesi. Ebbe costante familiarità con Ferdinando Granduca di Toscana. Fu favorito a tal punto da Innocenzo IX da esserne cameriere segreto destinato a incarichi della massima importanza, e fu compagno e consigliere dell’imperiale Aldobrandini nella spedizione ungherese. Fu autore di numerosi e importantissimi scritti, mentre condusse a termine molte imprese degne di coraggioso soldato e grande capitano. Più che settantenne, rapito troppo presto al bene della cristianità, morì tra le braccia dei suoi il 26 ottobre 1604. Il cavaliere Odorico Capra pose, non senza lacrime, al suo illustre parente].

Il monumento funebre era collocato nel presbiterio sulla parete laterale destra. La lapide, quando nell’Ottocento fu tolta dalla chiesa la sepoltura di Filippo Pigafetta per far posto al pulpito, servì per coprire una cloaca dietro il coro, mentre il busto ora si trova nella villa di Costozza del conte Alvise da Schio. In memoria del celebre vicentino il conte, che di Filippo Pigafetta è stato il più autorevole studioso, pose la seguente lapide a fianco del cancello d'entrata:

ENTRO QUESTE MURA NEL TEMPIO DI S. DOMENICO CARO DELLE MEMORIE DI SUA FAMIGLIA RIPOSA FILIPPO PIGAFETTA DIPLOMATICO LETTERATO STORICO GEOGRAFO CHE IN OPERE E SCRITTI DIEDE AL NOME DI VICENZA VANTO ED ONORE OLTRE OGNI CONFINE *1534 [recte 1533] †1604 ALVISE DA SCHIO S. P. C. 1977 nel IV centenario del viaggio in egitto e monte sinai.

Nel presbiterio, a destra dell’altare maggiore, era posta la sepoltura fatta costruire nel 1550 da Camillo Pigafetta per sé e per la moglie Margherita Thiene e sulla parete furono poste due lapidi, rimosse con le sepolture e murate alla base del campanile, con le seguenti iscrizioni ormai illeggibili:

Nella prima:

CAMILLVS PLEGAFETTA EQVES HIEROSOLYMITANVS AC MARGARITA VXOR INCOMPARABILIS CVM QUA LIII. VIXIT ANNOS. XIIII LIBERIS. SVSCEPTIS IIII. TANTVM ATQVE. IIS IN HVJVSCE COENOBII VESTALIBVS NVNC SVPERSTITIBVS VIVI MONASTERIVM AEDIFICANDVM CVRAVERE – MDL VIVITE VICTVRI MONEO. MORS OMNIBVS INSTAT

[Camillo Pigafetta, cavaliere di Gerusalemme e l’incomparabile moglie Margherita, con la quale visse 53 anni avendo 14 figli, per quattro figlie [Samaritana, Giulia, Lavinia e Osanna], che erano tra le monache ancora superstiti di questo cenobio, durante la loro vita ebbero cura di edificare il monastero. 1550. Vivete, voi che avete ancora la fortuna di vivere. La morte su di tutti incombe].

Nella seconda:

CELO TEGITVR QVI NON HABET VRNAM / QVIS EVADET? NEMO MVTVO SE AMANTES EXTINCTOS HIC SE CONIVGENT

[Colui che non ha una tomba è protetto dal cielo. Chi può sfuggire? Nessuno. Coloro che vicendevolmente si amano sono uniti qui anche dopo la morte].

Nel 1597 l’altare maggiore fu ricostruito a spese del giurista Ettore Ferramosca che fece dipingere la bellissima “Adorazione dei Magi” da Alessandro Maganza e scolpire le statue dei santi Domenico e Pietro martire poste negli intercolumni laterali.

A ricordo fece porre la seguente iscrizione, ora scomparsa:

D.O.M. DIVO DOMINICO AC MAGORVM APPARITIONI HECTOR FERAMUSCVA HÆR. IOSEPHI ET ALEX. GENTIL. SVORUM MDXCVII.

[A Dio Ottimo Massimo. A san Domenico e all’Apparizione dei Magi [fece] Ettore Ferramosca erede di Giuseppe e Alessandro suoi congiunti. 1597].

La pala, come scrive Francesco Fontana (Dipinti nelle chiese e negli oratori vicentini, p. 70), “offre un grande interesse come documento della società e del costume nella Vicenza della fine del Cinquecento. Si vedano le acconciature e le vesti delle due donne che si affacciano in primo piano sul lato destro, o quel contenitore di terracotta che si chiude e si trasporta con una cordicella adorna di fiocchi, o il secchiello colmo d’acqua, l’asciugamano ricamato nel forziere colmo di stoffe preziose e rami cesellati. Con altrettanta cura sono descritte le vesti, le collane, le fibbie, le cinture dei Magi. I volti hanno un tono familiare, dolce e assorto, ben lontano da forzature esotiche; la scena è ambientata accanto alla semplice architettura di un fienile dove la consueta colonna classica è assai ridimensionata”.

Per il munifico dono Ettore Ferramosca ottenne di essere sepolto ai piedi dell’altare maggiore. La lapide sepolcrale, rimossa nel secolo scorso e posta alla base del campanile, è in marmo bianco, anepigrafa, con scolpito lo stemma dei Ferramosca [palato di rosso e d’argento, alla banda del secondo attraversante il tutto, caricata di tre mosche di nero]. Franco Barbieri, nella Guida di Vicenza (con R. Cevese e L. Magagnato, Vicenza, 1953, p. 348), a proposito delle sepolture scrive: “notevoli, nel presbiterio, due lapidi tombali, di cui, quella a destra” era “con bella cornice della prima Rinascenza”. Le lapidi, quindi, furono divelte e collocate alla base del campanile nella seconda metà del secolo scorso.

La chiesa conserva un sontuoso soffitto a lacunari intagliati e dorati alla ducale con 13 tele dipinte da Alessandro Maganza. Fu suor Elena Brazzoduro, priora nel 1585 e una seconda volta nel 1589, a volere il prezioso soffitto ed è fondata ipotesi  che avesse anche scelto il percorso pittorico volto a sottolineare il cammino spirituale delle monache per realizzare lo scopo della loro chiamata alla vita claustrale.

Ai quattro angoli, nella parte più lontana dall’ovale centrale, sono raffigurati quattro profeti e protagonisti dell’antico testamento: Mosè, Giosuè, Daniele e Davide. Le quattro sibille, con i loro motti, sono con i profeti le annunciatrici del nuovo testamento. I quattro martiri cristiani, Stefano, Lorenzo, Sebastiano e Vincenzo, sono posti come esempio di eroica vita cristiana. L’ovale centrale con l’incoronazione della Vergine ricorda alle monache la ricompensa divina per aver condotto una vita senza peccato. Attorno all’ovale sono poste quattro sante: Cecilia, Margherita, Francesca Romana ed Elena imperatrice, scelte per il loro matrimonio rifiutato o vissuto; un riferimento alle nozze mistiche delle monache con Cristo lo sposo celeste. Nella tela dell’esaltazione della croce, infine, con in primo piano Elena e il figlio Costantino, si legge “la firma” della priora per l’accostamento del suo nome a quello dell’imperatrice. Il progetto di Elena Brazzoduro potè realizzarsi solo nel 1604 e la priora non vide nemmeno l’inizio dei lavori perché morì nel febbraio 1599, avendo costituito però a questo scopo un cospicuo lascito.

Il 20 marzo 1603 fu sottoscritto il contratto con Andrea “marangon” e Antonio “intagliadore” per coprire le capriate con “bono legname, con bonissimi piagni, e senza groppi nè sfese che possano impedir la pittura, con tutti quegli ornamenti che sono convenuti, giusta la qualità et forma dello schizzo fatto per mano di maistro Antonio; e di più sieno obbligati a far li telari alli quadri del Maganza con ogni esquisita diligenza: tutto ciò per il prezzo di ducati 130 correnti, e niente altro”. Nello stesso giorno fu firmato il contratto con Alessandro Maganza per dipingere su tela i tredici quadri del soffitto per lire 917. Il 30 aprile 1604 fu sottoscritto un accordo con Iseppo Scalabrin pittore per dipingere tutto il soffitto della chiesa "eccettuado li quadri fatti di tela dal Maganza, per precio di ducati 36 correnti; con patto che nelle cornise, e dove sarà bisogno, metta oro di cecchino a sua spesa; qual sia bello e fatto con quella maniera, che per coscienza sua li parerà buona ad onore del Signore Iddio”.

Un’iscrizione posta sopra la porta della chiesa, scomparsa ancora nella seconda metà dell’Ottocento, ricordava l’impegnativo lavoro portato a termine dopo un anno:

D.O.M. CONTIGNATIO HAEC VENUSTISSIMA, QUAM HELENA BRACCIODURA MONIALIS AERE LEGATO EST AUSPICATA, SORORIS GABRIELLAE BONAMENTIS INDUSTRIA ET PIORUM PECUNIA FUIT PROMOTA ET ABSOLUTA, ANTILLA FRACANTIANA MONASTERII PRAESIDENTE AC SUFFRAGANTE ANNO DOMINI MDCIV

[A Dio Ottimo Massimo. Questo bellissimo soffitto, iniziato dalla monaca Elena Braccioduro [ideato nel 1586] con denaro lasciato in donazione, per l’interessamento della suora Gabriella Buonamente [priora nel 1598] e con il denaro di pie persone, fu perfezionato e completato mentre dirigeva e sosteneva il monastero Antilla Fracanzani nell’anno del Signore 1604].

Nel 1996 le tele del soffitto furono staccate per rifare il manto di copertura della chiesa e consolidare le strutture lignee portanti. Le tele furono restaurate e, con il recente recupero della chiesa (2010), sono state ricollocate nei lacunari non rispettando però la disposizione tramandataci da Bortolo Bressan (La chiesa e il monastero di S. Domenico, Vicenza, 1874, pp. 20-22).

L’attuale disposizione è la seguente (in corsivo e tra parentesi la disposizione delle tele rilevata dal Bressan):

1. ovale centrale: L’Incoronazione della Vergine tra i santi Giovanni Battista e Domenico con una corona del rosario (a destra); Caterina d’Alessandria con un anello in mano e Maria Maddalena che porta un vaso di balsamo (a sinistra).

2. ottagono sopra l’altare: Un angelo e i santi Cecilia, Valentino e Tiburzio (non identificati dal Bressan).

[Il dipinto rappresenta il momento in cui l’angelo custode di Cecilia si presenta al marito Valeriano, per coronarli entrambi con ghirlande di rose e gigli. Valeriano chiede all’angelo di benedire suo fratello Tiburzio. Cecilia è patrona dei musicisti perché durante le nozze con Valeriano “mentre gli organi suonavano, la vergine Cecilia in cuor suo cantava al Signore dicendo: rendi immacolato o Signore il mio cuore affinché non sia turbato” (Cantantibus organis Caecilia Virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum immaculatum ut non confundar). Per questo motivo Cecilia è sovente rappresentata mentre suona un organo; lo strumento fu suonato al suo matrimonio, ma non da lei].

a destra dell’altare in senso orario:

3. rettangolo: Giosuè vestito da guerriero con lo scettro del comando nella mano destra e con la corona d’alloro nella sinistra. (Mosè)

[Mosè lo mise a capo dell’esercito israelita. Giosuè raggiunse la terra di Canaan passando attraverso il fiume Giordano che si aprì di fronte all’arca e agli israeliti. Conquistò Gerico, le cui mura crollarono al suono delle trombe dopo che l’arca santa fu portata in processione intorno alla città. Nella battaglia contro i cinque re Amorrei avvenne il famoso miracolo per cui, a un ordine di Giosuè, il sole si arrestò e la luna rimase immobile affinché la vittoria potesse essere completa].

4. ottagono: San Lorenzo con la palma del martirio nella mano destra e con la sinistra appoggiata alla graticola. (S. Vincenzo)

[Nato intorno al 230 in Spagna divenne diacono di papa Sisto II.  Nel 258 Valeriano ordinò di arrestare e decapitare Sisto II, pretendendo anche i beni della chiesa. Lorenzo rifiutò di consegnarli e li distribuì ai poveri. L’imperatore fece allora  condannare a morte il diacono che fu bruciato sopra una graticola].

5. rettangolo: Santa Francesca Romana con in mano della frutta. (S. Margherita; Bressan indica dubitativamente S. Marina)

[Nacque nel 1384 da una nobile famiglia e avrebbe voluto entrare in monastero a soli 11 anni, ma i genitori glielo impedirono perché poco dopo la dettero in moglie a Lorenzo de’ Ponziani. Nei 40 anni di matrimonio fu moglie fedele e madre di 6 figli. Morto il marito Francesca si fece suora e divenne superiora delle oblate benedettine di Tor de’ Specchi, congregazione dell’ordine degli olivetani dedita a opere caritative. Morì nel 1440].

6. ottagono: Santo Stefano protomartire, vestito da diacono con un sasso nella mano destra e con la palma nella sinistra; un angelo gli presenta la corona trionfale. (S. Sebastiano)

[Era uno dei sette diaconi ordinati dagli apostoli perché li aiutassero nel loro lavoro. Durante una sua predica alcuni ebrei lo accusarono di fare discorsi sacrileghi contro il tempio e la legge. Il diacono fu allora trascinato davanti al giudice che lo condannò a morte. Alla sua lapidazione partecipò anche Saulo, il futuro apostolo Paolo].

7. rettangolo: Davide seduto sulle nubi, con la corona di re e con l’arpa in mano. (S. Marco. Bressan ha erroneamente indicato S. Marco per avere i medesimi attributi di Daniele. L’errato riconoscimento è stato poi a catena ripreso da tutti coloro che  si sono occupati del soffitto della chiesa. La corretta identificazione di Daniele profeta è di Waldemar H. de Boer, Edizione critica de “I gioieli pittoreschi” di Marco Boschini, p. 335).

[È l’ultimo dei figli di Isaia. La musica gli aprì la porta della corte di Saul: il re psicopatico che riceveva conforto soltanto dalla musica di Davide. L’uccisione del gigante Golia gli attirò la simpatia del popolo. Morto Saul conquistò Gerusalemme, la cinse di mura e vi trasportò l’arca santa. È autore di circa 80 salmi e cantici composti in varie circostanze per lodare il Signore].

8. ottagono sopra la porta: Esaltazione della croce con Elena e Costantino, Carlo Magno e le sante Caterina d’Alessandria e Caterina da Siena.

[Nata intorno al 247 Elena era figlia di un pagano che gestiva una locanda a Drèpane in Bitìnia (attuale Turchia). Verso il 270 Costanzo Cloro, futuro imperatore, passò con l’esercito per Drèpane e prese Elena. Dal suo rapporto nacque Costantino. Dopo 20 anni di convivenza fu ripudiata dall’imperatore. Salito al trono il figlio Costantino ricevette i più alti onori. Nel 327 si recò in pellegrinaggio a Gerusalemme e con il vescovo Macario rinvenne la croce che fu portata a Roma e per la quale Costantino innalzò la chiesa di S. Croce di Gerusalemme. Nella tela accanto a Costantino è raffigurato Carlo Magno perché è stato il primo imperatore del Sacro Romano Impero, sorto dopo l’introduzione del cristianesimo ad opera di Costantino. Accanto a Elena sono raffigurate insieme Caterina da Siena e Caterina d’Alessandria per avere lo stesso nome].

a sinistra della porta continuando in senso orario:

9. rettangolo: Daniele con il libro in mano e il leone accanto. (Davide)

[Daniele fu deportato in tenera età da Nabucodonosor. Dopo aver studiato la cultura caldea fu introdotto a corte dove, per la sua intelligenza, fu da Nabucodonosor nominato “principe dei prefetti sopra tutti i sapienti di Babilonia e preposto a tutta la provincia di Babel”. Occupata Babilonia dai Persiani fu da Dario il Medo nominato triumviro con autorità sopra i 12 satrapi; voleva nominarlo vicerè, ma per invidia i satrapi lo accusarono di pregare “more judaico” perciò fu gettato nella “fossa dei leoni”, rimanendo miracolosamente illeso. Essendo raffigurato dal Maganza con il libro e il leone, Bressan lo ha scambiato con l’evangelista Marco per avere i medesimi attributi].

10. ottagono: San Vincenzo vestito da diacono; nella mano destra tiene la palma del martirio e lo stendardo del Comune di Vicenza e nella sinistra la copia del modellino d’argento della città di Vicenza. (S. Lorenzo)

[Il vescovo di Saragozza Valerio era balbuziente e per tale ragione, incaricò il giovane diacono Vincenzo di predicare il vangelo in sua vece. Nel 304 Vincenzo fu vittima della persecuzione di Diocleziano scatenata anche in Spagna da Daciano governatore di Valencia. Fu torturato, ma non ucciso per non porre fine alle sofferenze. Fu gettato in prigione sopra un pavimento ricoperto di cocci taglienti ma il diacono iniziò a cantare inni al Signore. Per togliergli la gloria del martirio il governatore fece mettere il diacono sopra un morbido giaciglio, ma appena disteso morì.

Il diacono Vincenzo era onorato come patrono di Vicenza fin dal secolo XIII. La sua festa, il 22 gennaio, si celebrava fino ai primi decenni dell’Ottocento in un altare collocato nel salone della Basilica palladiana].

11. rettangolo: Santa Margherita con la croce nella mano destra e il drago. (S. Francesca Romana)

[Margherita nacque ad Antiochia nella seconda metà del III secolo da una coppia pagana. La sua balia era cristiana ed educò la bambina nella sua fede. Cresciuta, il padre la denunciò al governatore Olibro perché si era allontanata dal paganesimo. Questi, colpito dalla sua bellezza, la volle sposare, ma Margherita rifiutò dichiarando che aveva dedicato la sua vita a Gesù, il suo sposo celeste. Olibro ordinò allora di bruciarle il corpo con fiaccole accese e di appenderla per i capelli e fustigarla. La leggenda  vuole che alla prigioniera fosse apparso un drago che voleva azzannarla, ma che scomparve appena ella fece il segno della croce; pure le ferite si sarebbero subito rimarginate. La notizia del miracolo si diffuse rapidamente e molti pagani si convertirono. Il governatore allora la fece decapitare. Era il 305].

12. ottagono: San Sebastiano con le frecce nella mano destra e con la palma del martirio nella sinistra. (S. Stefano)

[Era un soldato nell’esercito dell’imperatore Carino. Alla sua morte salì sul trono Diocleziano, il quale, seppe che Sebastiano, da lui assai stimato, era cristiano. Lo fece allora legare a un palo e trapassare dalle frecce. Irene, una giovane vedova, depose  il cadavere di Sebastiano per dargli sepoltura, ma si accorse che era ancora vivo. Guarito si presentò a Diocleziano accusandolo delle persecuzioni dei cristiani. L’imperatore, che lo credeva morto, lo fece condurre nel circo e percuotere a morte dai suoi soldati. Era il 288].

13. rettangolo: Mosè con le tavole della legge. (Giosuè)

[Ancora bambino fu deposto dalla madre in una cesta galleggiante sul Nilo per sottrarlo all’uccisione ordinata dal faraone nei confronti dei figli maschi degli ebrei. Fu salvato dalla figlia del faraone che lo portò a corte. Condusse fuori dall’Egitto gli ebrei dopo le famose 10 piaghe. Ricevette i dieci comandamenti che trascrisse nelle famose due tavole di pietra. Mosè morì sul monte Nebo in vista della terra promessa].

Le quattro sibille (Samia, Tiburtina, Frigia, Cumana) attorno all'ovale, a monocromo, sono del pittore Iseppo Scalabrin. I motti collegati alle sibille sono rispettivamente: Bestiae terrarum adorabunt eum [Le fiere della terra lo adoreranno]; Deus regnabit in tempore [Dio regnerà nel tempo]; Deus flagellaBit potentes terrae [Dio punirà i potenti della terra]; Puer comedet lac de caelo missum [Il bambino mangerà il latte mandato dal cielo].



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