Get Adobe Flash player
PRESENTAZIONE La Chiesa
Indice
La Chiesa
1
3
4
5
6
Tutte le pagine

LA CHIESA DI SAN DOMENICO

Breve guida storico-artistica

Vittorio Bolcato

1. L’esterno

La costruzione dell’attuale chiesa di San Domenico, che verosimilmente è sorta sul luogo della primitiva cappella fondata con il monastero tra il 1264 e il 1294, fu iniziata negli ultimi decenni del Quattrocento grazie al cospicuo lascito testamentario di 500 ducati disposto nel 1483 da Gasparo Trissino a favore del monastero, seguito da altre importanti donazioni. La chiesa è a una navata rettangolare con tetto a due spioventi e archetti ciechi sotto il margine della cornice; la facciata è a capanna e aveva, prima dell’intervento ottocentesco, un portale rinascimentale con un frontoncino triangolare, due lunghe finestre e un oculo (cfr. il disegno di Cristoforo Dall’Acqua del 1711 in Descrizione iconografica di Vicenza). I fianchi a est e a sud in mattoni scoperti sono scanditi da lesene alternate a cinque archetti di cotto tardo-gotici e, prima dell’intonaco steso nel recente restauro, erano visibili le modanature delle lunghe monofore e la centina di una porta. Nella chiesa si accedeva da tre porte d’ingresso: la principale sulla facciata e due laterali che si aprivano rispettivamente verso il chiostro e verso il cortile esterno.

La chiesa fu completata nel 1518 e nel 1519 fu affrescata dai pittori Marcello Fogolino e Giovanni Vajenti detto Speranza. Nel 1537 fu consacrata dal vicentino Francesco Chiericati vescovo di Teramo, con l’assenso del vescovo di Vicenza Ridolfi; l’evento è ricordato da una lapide murata sul lato sud del chiostro: MDXXXVII.A.XVI.MAZ.° FV.CONSECRÀ EL.CAP.FIN.QVA. Nello stesso anno, essendo la chiesa aperta ai fedeli, furono spesi 40 ducati “in far coprire la Chiesa de fora”, cioè fu costruito un portico addossato alla parete dell’attuale portone che immette nel chiostro e in parte alla facciata della chiesa. Il portico inglobava, quindi, la lunga finestra di sinistra, come appare nel disegno citato di Cristoforo Dall’Acqua del 1711 e in un’acquatinta (1820), anche se non rigorosamente fedele, di L.Ph. Debucourt, riprodotta in Vicenza Città bellissima - Iconografia vicentina a stampa dal XV al XIX secolo (Vicenza, Biblioteca Bertoliana, ristampa della seconda edizione 2003, ill. n° 144).

La lapide ricorda sì la consacrazione della chiesa, anche se nell’iscrizione si legge “el capitolo fin qua”, ma pone pure la curiosità di conoscere l’ubicazione della sala capitolare, il luogo dove si prendevano tutte le decisioni concernenti l’amministrazione dell’ingente patrimonio mobiliare e immobiliare del monastero. I consistenti adattamenti ottocenteschi per adeguare i locali alle nuove esigenze della Congregazione di Carità hanno cancellato ogni traccia della sala capitolare. Era nell’ala est, al pianterreno e si affacciava al chiostro; così si desume dalla descrizione del complesso monastico redatta nel 1810 quando fu messo all’asta: “Stanza detta il Capitolo. Il pavimento di cotto sufficiente, due finestre a levante con le ferrate e vetri, due finestre a ponente con li soli vetri, la travatura sopra buona, una piletta per l’acqua, una porta con la portiera mette al portico”.

Nell’Ottocento la facciata fu oggetto di un pesante intervento che ha alterato soprattutto le modanature della porta. Si volle riportarla a una forma gotica sostituendo il portale rinascimentale con uno neo-gotico; si tamponarono le due finestre ai lati del portale, si accecò l’oculo posto al centro della facciata e si demolì il portico cinquecentesco. Fu un’operazione alquanto discutibile perché le monache avevano più volte rimaneggiato e trasformato nel corso dei secoli la struttura della chiesa e degli altari con le forme e il gusto dapprima del Rinascimento e poi del Seicento e Settecento.


 

 

2. L’interno

La chiesa, prima del riordino settecentesco, aveva cinque altari: il maggiore e quattro lungo le pareti laterali, due a destra e due a sinistra.

Il primo altare a sinistra era dedicato a S. Romualdo con una bellissima tela di Francesco Maffei; il secondo era dedicato a S. Domenico di Suriano e aveva una pala dipinta da Alessandro Maganza. Dopo il secondo altare di sinistra era appeso al muro un quadro di Giulio Carpioni che rappresentava la Vergine col Bambino tra i santi Rocco, la domenicana Rosa da Lima e Luigi IX re di Francia; dovrebbe essere stato un ex-voto eseguito durante o dopo la peste del 1630 che dimezzò la popolazione della città. L’ipotesi si regge sui santi raffigurati: S. Luigi IX morto di peste e patrono dei Domenicani, S. Rocco protettore contro la peste e la domenicana S. Rosa protettrice contro le malattie infettive.

Il primo altare a destra era dedicato a S. Giacinto, ma era di mediocre pregio architettonico e pittorico; il secondo era dedicato alla Madonna del Rosario e fu fatto erigere nel 1579 dalla priora suor Osanna Pigafetta che aveva commissionato ad Alessandro Maganza la tela e i 15 piccoli tondi con i misteri del rosario. È da sottolineare che, dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto (1571), furono i Domenicani a rilanciare nella loro chiesa veneziana dei SS. Giovanni e Paolo e in tutte le chiese della terraferma veneta le confraternite del Rosario; prontamente anche nella chiesa vicentina delle Domenicane fu innalzato un altare dedicato alla Madonna del Rosario. Il nipote di Osanna, l’illustre viaggiatore e geografo Filippo Pigafetta, aggiunse all’altare del Rosario alcuni ornamenti e una ricca dotazione per cui gli fu concesso di essere sepolto all’interno della chiesa. Sull’altare era posta la seguente iscrizione:

ARAM HANC S. HOSANNA PIGAFETTA A FVNDAMENTIS EREXIT. PHILIPPVS PIGAFETTA NEPOS EXORNAVIT ET DOTAVIT.

[Suor Osanna Pigafetta eresse questo altare. Il nipote Filippo Pigafetta [lo] ornò e dotò].

Filippo morì il 26 ottobre 1604 e in suo ricordo il cognato Odorico Capra fece scolpire un busto e una lapide contenente un lungo elogio funebre che celebrava la poliedrica ed emblematica figura di Filippo Pigafetta:

PHILIPPUS PIGAFETTA PHILOSOPHIAE, MATHEMATICES, NOBILIORVMQUE DISCIPLINARVM PERITISSIMUS, LINGVARVM COGNITIONE EXCELLENS, LATINAM, GRAECAM ET EUROPEAS FERE OMNES MIRABILITER CALLVIT. MACEDONIAE PHALANGIS ET ROMANAE LEGIONIS ORDINES, MARITIMARVM ACIERVM ARTEM EX OMNI HISTORIA FELICITER PERQVISIVIT. PERAGRANDI CVPIDVS, ET ANTONII GENTILIS SVI EQVITIS HIEROSOLYMITANI, QVI PRIMVS TERRARVM ORBEM CIRCVMIIT, GLORIAE AEMVLVS, ABDITISSIMAS QUOQUE REGIONES ADIVIT, MONTEM SINAI HIEROSOLYMAMQUE PIE INVISIT. AD REGEM PERSARUM DE FOEDERE IN TURCAM CONCILIANDO A SISTO V MITTITUR. NOSTRATIS MILITIAE HAUD IGNARUS FUIT; NAM NOBILISSIMAM APUD ECHINADAS NAVALEM PUGNAM, DUAS PARISIENSES OBSIDIONES, ALBAM REGALEM STRIGONIAMQUE FORTITER DEBELLATAS, CHIAVARINUM AMMISSUM ACCEPTUMQUE SINONUM E DACIA FUGIENTEM, AGRIENSEM CLADEM CANISSAMQUE INFELICITER TENTATAM, STRENUAM NAVANS OPERAM, VIDIT. TANTARUM RERUM USU AD ITALIS CAETERISQUE PRINCIPIBUS SUMMO IN HONORE EST HABITUS: FERDINANDI MAGNI HETRURIAE DUCIS DIUTURNA FAMILIARITATE USUS: INNOCENTIO IX USQUE ADEO IN DELICIIS, UT ET CUBICULARIUS INTIMUS, ET AD MAXIMAS RES GERENDAS FUERIT DESTINATUS, ET IN EXPEDITIONIBUS HUNGARICIS CARDINALIS ALD. COMES ET CONSILIORUM PARTICEPS. MULTA PRAECLARA SCRIPSIT; MULTA FORTISSIMO MILITE ET MAGNO DUCE DIGNA FECIT. SEPTUAGENARIO MAJOR, INTER AMPLEXUS SUORUM REIPUBLICAE CHRISTIANE BONO IMMATURE EREPTUS, MORTALITATEM EXPLEVIT ANNO MDCIIII. VII. KAL. NOVEMB. ODORICUS CAPRA EQUES AFFINI OPTIMO NON SINE LACRYMIS P.C.

[Filippo Pigafetta, coltissimo nella filosofia, nella matematica e nelle più nobili discipline, profondo conoscitore delle lingue latina e greca, era anche versatissimo in tutte quelle europee. Approfondì con ampie indagini storiche studi militari sulle falangi macedoni, sulle legioni romane e sulle squadre navali. Viaggiatore appassionato ed emulo in gloria del suo congiunto Antonio, cavaliere gerosolimitano che circumnavigò per primo la terra, percorse anche i paesi più remoti, mentre piamente visitò il monte Sinai e Gerusalemme. Fu legato di Sisto V presso il Re di Persia per stringere alleanza contro la Turchia. Ben conobbe le guerre del nostro tempo: infatti, assistette, prendendovi parte da valoroso, alla celebre battaglia navale presso le Echinadi (= Curzolari nel golfo di Patrasso), ai due assedi di Parigi, alla violenta conquista di Alba-Regia (= Székesfehérvàr in Ungheria, a nord-est del lago Balaton) e di Strigonia (= Esztergom), alla perdita ed alla riconquista di Giavarijno (= Györ sul Danubio piccolo) e vide Sinam Pascià fuggire dalla Dacia (= Ungheria ad oriente del Tibisco) e la strage agriense (= strage di Erlau) e l’infelice assedio di Canissa (= Kanisza). Per aver partecipato a così grandi imprese venne tenuto in sommo onore dai Principi d’Italia e di altri paesi. Ebbe costante familiarità con Ferdinando Granduca di Toscana. Fu favorito a tal punto da Innocenzo IX da esserne cameriere segreto destinato a incarichi della massima importanza, e fu compagno e consigliere dell’imperiale Aldobrandini nella spedizione ungherese. Fu autore di numerosi e importantissimi scritti, mentre condusse a termine molte imprese degne di coraggioso soldato e grande capitano. Più che settantenne, rapito troppo presto al bene della cristianità, morì tra le braccia dei suoi il 26 ottobre 1604. Il cavaliere Odorico Capra pose, non senza lacrime, al suo illustre parente].

Il monumento funebre era collocato nel presbiterio sulla parete laterale destra. La lapide, quando nell’Ottocento fu tolta dalla chiesa la sepoltura di Filippo Pigafetta per far posto al pulpito, servì per coprire una cloaca dietro il coro, mentre il busto ora si trova nella villa di Costozza del conte Alvise da Schio. In memoria del celebre vicentino il conte, che di Filippo Pigafetta è stato il più autorevole studioso, pose la seguente lapide a fianco del cancello d'entrata:

ENTRO QUESTE MURA NEL TEMPIO DI S. DOMENICO CARO DELLE MEMORIE DI SUA FAMIGLIA RIPOSA FILIPPO PIGAFETTA DIPLOMATICO LETTERATO STORICO GEOGRAFO CHE IN OPERE E SCRITTI DIEDE AL NOME DI VICENZA VANTO ED ONORE OLTRE OGNI CONFINE *1534 [recte 1533] †1604 ALVISE DA SCHIO S. P. C. 1977 nel IV centenario del viaggio in egitto e monte sinai.

Nel presbiterio, a destra dell’altare maggiore, era posta la sepoltura fatta costruire nel 1550 da Camillo Pigafetta per sé e per la moglie Margherita Thiene e sulla parete furono poste due lapidi, rimosse con le sepolture e murate alla base del campanile, con le seguenti iscrizioni ormai illeggibili:

Nella prima:

CAMILLVS PLEGAFETTA EQVES HIEROSOLYMITANVS AC MARGARITA VXOR INCOMPARABILIS CVM QUA LIII. VIXIT ANNOS. XIIII LIBERIS. SVSCEPTIS IIII. TANTVM ATQVE. IIS IN HVJVSCE COENOBII VESTALIBVS NVNC SVPERSTITIBVS VIVI MONASTERIVM AEDIFICANDVM CVRAVERE – MDL VIVITE VICTVRI MONEO. MORS OMNIBVS INSTAT

[Camillo Pigafetta, cavaliere di Gerusalemme e l’incomparabile moglie Margherita, con la quale visse 53 anni avendo 14 figli, per quattro figlie [Samaritana, Giulia, Lavinia e Osanna], che erano tra le monache ancora superstiti di questo cenobio, durante la loro vita ebbero cura di edificare il monastero. 1550. Vivete, voi che avete ancora la fortuna di vivere. La morte su di tutti incombe].

Nella seconda:

CELO TEGITVR QVI NON HABET VRNAM / QVIS EVADET? NEMO MVTVO SE AMANTES EXTINCTOS HIC SE CONIVGENT

[Colui che non ha una tomba è protetto dal cielo. Chi può sfuggire? Nessuno. Coloro che vicendevolmente si amano sono uniti qui anche dopo la morte].

Nel 1597 l’altare maggiore fu ricostruito a spese del giurista Ettore Ferramosca che fece dipingere la bellissima “Adorazione dei Magi” da Alessandro Maganza e scolpire le statue dei santi Domenico e Pietro martire poste negli intercolumni laterali.

A ricordo fece porre la seguente iscrizione, ora scomparsa:

D.O.M. DIVO DOMINICO AC MAGORVM APPARITIONI HECTOR FERAMUSCVA HÆR. IOSEPHI ET ALEX. GENTIL. SVORUM MDXCVII.

[A Dio Ottimo Massimo. A san Domenico e all’Apparizione dei Magi [fece] Ettore Ferramosca erede di Giuseppe e Alessandro suoi congiunti. 1597].

La pala, come scrive Francesco Fontana (Dipinti nelle chiese e negli oratori vicentini, p. 70), “offre un grande interesse come documento della società e del costume nella Vicenza della fine del Cinquecento. Si vedano le acconciature e le vesti delle due donne che si affacciano in primo piano sul lato destro, o quel contenitore di terracotta che si chiude e si trasporta con una cordicella adorna di fiocchi, o il secchiello colmo d’acqua, l’asciugamano ricamato nel forziere colmo di stoffe preziose e rami cesellati. Con altrettanta cura sono descritte le vesti, le collane, le fibbie, le cinture dei Magi. I volti hanno un tono familiare, dolce e assorto, ben lontano da forzature esotiche; la scena è ambientata accanto alla semplice architettura di un fienile dove la consueta colonna classica è assai ridimensionata”.

Per il munifico dono Ettore Ferramosca ottenne di essere sepolto ai piedi dell’altare maggiore. La lapide sepolcrale, rimossa nel secolo scorso e posta alla base del campanile, è in marmo bianco, anepigrafa, con scolpito lo stemma dei Ferramosca [palato di rosso e d’argento, alla banda del secondo attraversante il tutto, caricata di tre mosche di nero]. Franco Barbieri, nella Guida di Vicenza (con R. Cevese e L. Magagnato, Vicenza, 1953, p. 348), a proposito delle sepolture scrive: “notevoli, nel presbiterio, due lapidi tombali, di cui, quella a destra” era “con bella cornice della prima Rinascenza”. Le lapidi, quindi, furono divelte e collocate alla base del campanile nella seconda metà del secolo scorso.

La chiesa conserva un sontuoso soffitto a lacunari intagliati e dorati alla ducale con 13 tele dipinte da Alessandro Maganza. Fu suor Elena Brazzoduro, priora nel 1585 e una seconda volta nel 1589, a volere il prezioso soffitto ed è fondata ipotesi  che avesse anche scelto il percorso pittorico volto a sottolineare il cammino spirituale delle monache per realizzare lo scopo della loro chiamata alla vita claustrale.

Ai quattro angoli, nella parte più lontana dall’ovale centrale, sono raffigurati quattro profeti e protagonisti dell’antico testamento: Mosè, Giosuè, Daniele e Davide. Le quattro sibille, con i loro motti, sono con i profeti le annunciatrici del nuovo testamento. I quattro martiri cristiani, Stefano, Lorenzo, Sebastiano e Vincenzo, sono posti come esempio di eroica vita cristiana. L’ovale centrale con l’incoronazione della Vergine ricorda alle monache la ricompensa divina per aver condotto una vita senza peccato. Attorno all’ovale sono poste quattro sante: Cecilia, Margherita, Francesca Romana ed Elena imperatrice, scelte per il loro matrimonio rifiutato o vissuto; un riferimento alle nozze mistiche delle monache con Cristo lo sposo celeste. Nella tela dell’esaltazione della croce, infine, con in primo piano Elena e il figlio Costantino, si legge “la firma” della priora per l’accostamento del suo nome a quello dell’imperatrice. Il progetto di Elena Brazzoduro potè realizzarsi solo nel 1604 e la priora non vide nemmeno l’inizio dei lavori perché morì nel febbraio 1599, avendo costituito però a questo scopo un cospicuo lascito.

Il 20 marzo 1603 fu sottoscritto il contratto con Andrea “marangon” e Antonio “intagliadore” per coprire le capriate con “bono legname, con bonissimi piagni, e senza groppi nè sfese che possano impedir la pittura, con tutti quegli ornamenti che sono convenuti, giusta la qualità et forma dello schizzo fatto per mano di maistro Antonio; e di più sieno obbligati a far li telari alli quadri del Maganza con ogni esquisita diligenza: tutto ciò per il prezzo di ducati 130 correnti, e niente altro”. Nello stesso giorno fu firmato il contratto con Alessandro Maganza per dipingere su tela i tredici quadri del soffitto per lire 917. Il 30 aprile 1604 fu sottoscritto un accordo con Iseppo Scalabrin pittore per dipingere tutto il soffitto della chiesa "eccettuado li quadri fatti di tela dal Maganza, per precio di ducati 36 correnti; con patto che nelle cornise, e dove sarà bisogno, metta oro di cecchino a sua spesa; qual sia bello e fatto con quella maniera, che per coscienza sua li parerà buona ad onore del Signore Iddio”.

Un’iscrizione posta sopra la porta della chiesa, scomparsa ancora nella seconda metà dell’Ottocento, ricordava l’impegnativo lavoro portato a termine dopo un anno:

D.O.M. CONTIGNATIO HAEC VENUSTISSIMA, QUAM HELENA BRACCIODURA MONIALIS AERE LEGATO EST AUSPICATA, SORORIS GABRIELLAE BONAMENTIS INDUSTRIA ET PIORUM PECUNIA FUIT PROMOTA ET ABSOLUTA, ANTILLA FRACANTIANA MONASTERII PRAESIDENTE AC SUFFRAGANTE ANNO DOMINI MDCIV

[A Dio Ottimo Massimo. Questo bellissimo soffitto, iniziato dalla monaca Elena Braccioduro [ideato nel 1586] con denaro lasciato in donazione, per l’interessamento della suora Gabriella Buonamente [priora nel 1598] e con il denaro di pie persone, fu perfezionato e completato mentre dirigeva e sosteneva il monastero Antilla Fracanzani nell’anno del Signore 1604].

Nel 1996 le tele del soffitto furono staccate per rifare il manto di copertura della chiesa e consolidare le strutture lignee portanti. Le tele furono restaurate e, con il recente recupero della chiesa (2010), sono state ricollocate nei lacunari non rispettando però la disposizione tramandataci da Bortolo Bressan (La chiesa e il monastero di S. Domenico, Vicenza, 1874, pp. 20-22).

L’attuale disposizione è la seguente (in corsivo e tra parentesi la disposizione delle tele rilevata dal Bressan):

1. ovale centrale: L’Incoronazione della Vergine tra i santi Giovanni Battista e Domenico con una corona del rosario (a destra); Caterina d’Alessandria con un anello in mano e Maria Maddalena che porta un vaso di balsamo (a sinistra).

2. ottagono sopra l’altare: Un angelo e i santi Cecilia, Valentino e Tiburzio (non identificati dal Bressan).

[Il dipinto rappresenta il momento in cui l’angelo custode di Cecilia si presenta al marito Valeriano, per coronarli entrambi con ghirlande di rose e gigli. Valeriano chiede all’angelo di benedire suo fratello Tiburzio. Cecilia è patrona dei musicisti perché durante le nozze con Valeriano “mentre gli organi suonavano, la vergine Cecilia in cuor suo cantava al Signore dicendo: rendi immacolato o Signore il mio cuore affinché non sia turbato” (Cantantibus organis Caecilia Virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum immaculatum ut non confundar). Per questo motivo Cecilia è sovente rappresentata mentre suona un organo; lo strumento fu suonato al suo matrimonio, ma non da lei].

a destra dell’altare in senso orario:

3. rettangolo: Giosuè vestito da guerriero con lo scettro del comando nella mano destra e con la corona d’alloro nella sinistra. (Mosè)

[Mosè lo mise a capo dell’esercito israelita. Giosuè raggiunse la terra di Canaan passando attraverso il fiume Giordano che si aprì di fronte all’arca e agli israeliti. Conquistò Gerico, le cui mura crollarono al suono delle trombe dopo che l’arca santa fu portata in processione intorno alla città. Nella battaglia contro i cinque re Amorrei avvenne il famoso miracolo per cui, a un ordine di Giosuè, il sole si arrestò e la luna rimase immobile affinché la vittoria potesse essere completa].

4. ottagono: San Lorenzo con la palma del martirio nella mano destra e con la sinistra appoggiata alla graticola. (S. Vincenzo)

[Nato intorno al 230 in Spagna divenne diacono di papa Sisto II.  Nel 258 Valeriano ordinò di arrestare e decapitare Sisto II, pretendendo anche i beni della chiesa. Lorenzo rifiutò di consegnarli e li distribuì ai poveri. L’imperatore fece allora  condannare a morte il diacono che fu bruciato sopra una graticola].

5. rettangolo: Santa Francesca Romana con in mano della frutta. (S. Margherita; Bressan indica dubitativamente S. Marina)

[Nacque nel 1384 da una nobile famiglia e avrebbe voluto entrare in monastero a soli 11 anni, ma i genitori glielo impedirono perché poco dopo la dettero in moglie a Lorenzo de’ Ponziani. Nei 40 anni di matrimonio fu moglie fedele e madre di 6 figli. Morto il marito Francesca si fece suora e divenne superiora delle oblate benedettine di Tor de’ Specchi, congregazione dell’ordine degli olivetani dedita a opere caritative. Morì nel 1440].

6. ottagono: Santo Stefano protomartire, vestito da diacono con un sasso nella mano destra e con la palma nella sinistra; un angelo gli presenta la corona trionfale. (S. Sebastiano)

[Era uno dei sette diaconi ordinati dagli apostoli perché li aiutassero nel loro lavoro. Durante una sua predica alcuni ebrei lo accusarono di fare discorsi sacrileghi contro il tempio e la legge. Il diacono fu allora trascinato davanti al giudice che lo condannò a morte. Alla sua lapidazione partecipò anche Saulo, il futuro apostolo Paolo].

7. rettangolo: Davide seduto sulle nubi, con la corona di re e con l’arpa in mano. (S. Marco. Bressan ha erroneamente indicato S. Marco per avere i medesimi attributi di Daniele. L’errato riconoscimento è stato poi a catena ripreso da tutti coloro che  si sono occupati del soffitto della chiesa. La corretta identificazione di Daniele profeta è di Waldemar H. de Boer, Edizione critica de “I gioieli pittoreschi” di Marco Boschini, p. 335).

[È l’ultimo dei figli di Isaia. La musica gli aprì la porta della corte di Saul: il re psicopatico che riceveva conforto soltanto dalla musica di Davide. L’uccisione del gigante Golia gli attirò la simpatia del popolo. Morto Saul conquistò Gerusalemme, la cinse di mura e vi trasportò l’arca santa. È autore di circa 80 salmi e cantici composti in varie circostanze per lodare il Signore].

8. ottagono sopra la porta: Esaltazione della croce con Elena e Costantino, Carlo Magno e le sante Caterina d’Alessandria e Caterina da Siena.

[Nata intorno al 247 Elena era figlia di un pagano che gestiva una locanda a Drèpane in Bitìnia (attuale Turchia). Verso il 270 Costanzo Cloro, futuro imperatore, passò con l’esercito per Drèpane e prese Elena. Dal suo rapporto nacque Costantino. Dopo 20 anni di convivenza fu ripudiata dall’imperatore. Salito al trono il figlio Costantino ricevette i più alti onori. Nel 327 si recò in pellegrinaggio a Gerusalemme e con il vescovo Macario rinvenne la croce che fu portata a Roma e per la quale Costantino innalzò la chiesa di S. Croce di Gerusalemme. Nella tela accanto a Costantino è raffigurato Carlo Magno perché è stato il primo imperatore del Sacro Romano Impero, sorto dopo l’introduzione del cristianesimo ad opera di Costantino. Accanto a Elena sono raffigurate insieme Caterina da Siena e Caterina d’Alessandria per avere lo stesso nome].

a sinistra della porta continuando in senso orario:

9. rettangolo: Daniele con il libro in mano e il leone accanto. (Davide)

[Daniele fu deportato in tenera età da Nabucodonosor. Dopo aver studiato la cultura caldea fu introdotto a corte dove, per la sua intelligenza, fu da Nabucodonosor nominato “principe dei prefetti sopra tutti i sapienti di Babilonia e preposto a tutta la provincia di Babel”. Occupata Babilonia dai Persiani fu da Dario il Medo nominato triumviro con autorità sopra i 12 satrapi; voleva nominarlo vicerè, ma per invidia i satrapi lo accusarono di pregare “more judaico” perciò fu gettato nella “fossa dei leoni”, rimanendo miracolosamente illeso. Essendo raffigurato dal Maganza con il libro e il leone, Bressan lo ha scambiato con l’evangelista Marco per avere i medesimi attributi].

10. ottagono: San Vincenzo vestito da diacono; nella mano destra tiene la palma del martirio e lo stendardo del Comune di Vicenza e nella sinistra la copia del modellino d’argento della città di Vicenza. (S. Lorenzo)

[Il vescovo di Saragozza Valerio era balbuziente e per tale ragione, incaricò il giovane diacono Vincenzo di predicare il vangelo in sua vece. Nel 304 Vincenzo fu vittima della persecuzione di Diocleziano scatenata anche in Spagna da Daciano governatore di Valencia. Fu torturato, ma non ucciso per non porre fine alle sofferenze. Fu gettato in prigione sopra un pavimento ricoperto di cocci taglienti ma il diacono iniziò a cantare inni al Signore. Per togliergli la gloria del martirio il governatore fece mettere il diacono sopra un morbido giaciglio, ma appena disteso morì.

Il diacono Vincenzo era onorato come patrono di Vicenza fin dal secolo XIII. La sua festa, il 22 gennaio, si celebrava fino ai primi decenni dell’Ottocento in un altare collocato nel salone della Basilica palladiana].

11. rettangolo: Santa Margherita con la croce nella mano destra e il drago. (S. Francesca Romana)

[Margherita nacque ad Antiochia nella seconda metà del III secolo da una coppia pagana. La sua balia era cristiana ed educò la bambina nella sua fede. Cresciuta, il padre la denunciò al governatore Olibro perché si era allontanata dal paganesimo. Questi, colpito dalla sua bellezza, la volle sposare, ma Margherita rifiutò dichiarando che aveva dedicato la sua vita a Gesù, il suo sposo celeste. Olibro ordinò allora di bruciarle il corpo con fiaccole accese e di appenderla per i capelli e fustigarla. La leggenda  vuole che alla prigioniera fosse apparso un drago che voleva azzannarla, ma che scomparve appena ella fece il segno della croce; pure le ferite si sarebbero subito rimarginate. La notizia del miracolo si diffuse rapidamente e molti pagani si convertirono. Il governatore allora la fece decapitare. Era il 305].

12. ottagono: San Sebastiano con le frecce nella mano destra e con la palma del martirio nella sinistra. (S. Stefano)

[Era un soldato nell’esercito dell’imperatore Carino. Alla sua morte salì sul trono Diocleziano, il quale, seppe che Sebastiano, da lui assai stimato, era cristiano. Lo fece allora legare a un palo e trapassare dalle frecce. Irene, una giovane vedova, depose  il cadavere di Sebastiano per dargli sepoltura, ma si accorse che era ancora vivo. Guarito si presentò a Diocleziano accusandolo delle persecuzioni dei cristiani. L’imperatore, che lo credeva morto, lo fece condurre nel circo e percuotere a morte dai suoi soldati. Era il 288].

13. rettangolo: Mosè con le tavole della legge. (Giosuè)

[Ancora bambino fu deposto dalla madre in una cesta galleggiante sul Nilo per sottrarlo all’uccisione ordinata dal faraone nei confronti dei figli maschi degli ebrei. Fu salvato dalla figlia del faraone che lo portò a corte. Condusse fuori dall’Egitto gli ebrei dopo le famose 10 piaghe. Ricevette i dieci comandamenti che trascrisse nelle famose due tavole di pietra. Mosè morì sul monte Nebo in vista della terra promessa].

Le quattro sibille (Samia, Tiburtina, Frigia, Cumana) attorno all'ovale, a monocromo, sono del pittore Iseppo Scalabrin. I motti collegati alle sibille sono rispettivamente: Bestiae terrarum adorabunt eum [Le fiere della terra lo adoreranno]; Deus regnabit in tempore [Dio regnerà nel tempo]; Deus flagellaBit potentes terrae [Dio punirà i potenti della terra]; Puer comedet lac de caelo missum [Il bambino mangerà il latte mandato dal cielo].


 

 

3. L’attuale disposizione dell’interno

Nel 1674 sulla nicchia a sinistra dell’altare maggiore, fu aperta una piccola finestra, ancor oggi esistente, che serviva alle monache che stavano in coro per passare al sacrista gli arredi sacri e tutto l’occorrente per le celebrazioni liturgiche. Questo lavoro era ricordato dall’iscrizione “Soror Laura Maria Barbarana Priora Fecit Anno Dni MDCLXXIIII. Die XXIIII. Genaro”.

Nel Settecento il monastero è stato oggetto di radicali lavori di ristrutturazione che hanno interessato il chiostro e anche la chiesa.

Nel 1710 l'altare maggiore fu nuovamente rinnovato sostituendo la mensa e il tabernacolo, come risulta dalle due iscrizioni poste ai lati dell’altare: “S. VALERIA MARCHESINI e “ANNO MDCCX”. La tela dell’Adorazione dei Magi del Maganza non fu sostituita, ma fu tolta l’iscrizione che ricordava il committente Ettore Ferramosca.

Tra il 1736 e il 1739 si diede una nuova disposizione alla chiesa; furono tolti i quattro vecchi altari laterali e al loro posto, centrati nelle due pareti, furono rifatti quelli del Rosario e di S. Domenico. L'altare del Rosario, a destra, fu costruito dal tagliapietra Gaetano Vendramin Mosca, mentre Giacomo Cassetti vi scolpì gli angeli e la colomba. Antonio de Pieri dipinse la pala rappresentante la Vergine che consegna il rosario a S. Domenico inginocchiato a sinistra, mentre a destra è raffigurata S. Rosa con le mani incrociate sul petto. L'altare di sinistra, dedicato a San Domenico, fu realizzato da Carlo Merlo e il veronese Taddeo Taddei dipinse la pala con S. Domenico portato in gloria dagli angeli. I lavori di riordino della chiesa interessarono anche l’allargamento delle due finestre laterali e l’apertura di due grate per le monache ai lati dell’altare maggiore.

Nel 1737 i quindici tondi con i misteri del rosario dipinti dal Maganza furono venduti per £ 120 “a patto, che di questo denaro fossero indorate le due ferriate o grade, che di recente erano state aperte lateralmente all’altare maggiore”. Nell’adattamento ottocentesco le due grate furono trasformate nelle due porte che imettevano nella piccola sacristia ricavata innalzando una parete all’altezza del presbiterio del coro e inglobando, quindi, il prezioso lavabo fatto costruire nel 1655 da suor Domicilla Capra.

Nel 1810 il monastero fu demaniato e nel 1813 fu acquistato dal Comune di Vicenza per ospitarvi dapprima un ospizio femminile e dal 1875 un orfanotrofio. Ecco la descrizione della chiesa contenuta nella perizia allegata all’atto di vendita registrato il 5 settembre 1810 (Vicenza, Archivio di Stato, notaio Gandin):

“Chiesa. Entrar di porte al lato di ponente, e della corte, il pavimento di cotto, due finestre a mezzogiorno con le ferrate, e vetri, tre altari due di marmo e uno [con] i abbassamenti soltanto di marmo, le collone e ornati tutto di legno, una custodia di marmo [il tabernacolo], il soffitto alla ducale dipinto”.

A fine ‘800, la pala dell’altare di S. Domenico del Taddei, quando l’ex monastero ospitò l'orfanotrofio maschile, fu sostituita con un’altra dipinta nel 1896 dal vicentino Ascanio Chiericati raffigurante S. Gaetano Thiene che a delle donne che gli chiedono soccorso addita un Angelo con in mano un cartello con le parole RESPICIT VOLATILIA COELI [Egli guarda gli uccelli del cielo] perché di fronte all'angelo sui rami di un albero sono posati parecchi uccellini. La frase, adattata, è tratta dal vangelo di Matteo (6,26).

Nel 2010 si è concluso il restauro della chiesa di S. Domenico grazie al finanziamento della Fondazione Cassa Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona e della Società per Azioni Autostrada Brescia Verona Vicenza Padova. Il progetto di restauro è stato redatto da un consulente di Amcps con lo scopo di recuperare l’edificio e di trasformarlo in un auditorium. Per ottenere una capienza di circa 70 posti sono stati tolti i gradini e le mense dei due altari laterali. Sono state riaperte le due porte ai lati dell’altare maggiore che collegano la chiesa con il coro. Il pavimento del presbiterio è stato coperto con una pedana lignea per l’alloggiamento degli impianti, pannelli di riscaldamento, linee elettriche, prese e microfoni. È stata rifatta la bussola dell’ingresso e in continuità è stata posta un’armadiatura che contiene parte del sistema impiantistico relativo all’illuminazione, al controllo della prestazione acustica della sala durante le esecuzioni musicali, al trattamento dell’aria e dell’umidità.

Sul sagrato è stata posta una pavimentazione in ciottolato di fiume e in trachite grigia.

Non è ancora stato realizzato il “musaeum lapidarium” all’interno del chiostro lungo la parete della chiesa e del coro, per dare una dignitosa collocazione alle tre lapidi levate dall’interno della chiesa e collocate alla base del campanile (sepolture Pigafetta e Ferramosca) e al cinquecentesco altare dell’oratorio del crocifisso pervenutoci privo di mensa del quale si conservano le due lesene corinzie e una centina con la seguente iscrizione:

CHATRINA CALDOGNIA HVIVS CHRISTI IMAGINE PRIVS CETERIS SORORIBVS ANNO D. 1444 DIE 8 IVLII ORA Px 8 HIC MIRACVLOSE VENIRE CONSPE[C]TA S[AC]ECVLVN HOC CONSTRVERE FECIT IDENQVE CLARA TABVLA. ANNO. D.1592 SVIS ESPENSIS ORNAVI.

[Caterina Caldogno, avendo scorto prima delle altre consorelle che questa immagine di Cristo ritornava miracolosamente il giorno 8 luglio dell’anno del Signore 1444 alle ore 8 fece costruire questo piccolo sacello e lo stesso suor Clara Tavola fece adornare a sue spese nell’anno del Signore 1592].

L’altare è rimasto sotto la centenaria magnolia per tutto il lungo tempo del restauro dell’ex monastero sede del conservatorio e nel cantiere esterno privo di alcuna protezione nel recente recupero della chiesa. Ci è pervenuta pure una delle due lapidi che erano poste ai lati di questo altare che ricorda il trasferimento dell’oratorio all’interno del monastero fatto nel 1702:

LAVRA MARIA SESSO PRAESIDE EMERITA MARIA LEONILDE ET MARIA MATILDE SORORES TIENE MONASTERI DECVS AC RELIGIONIS PIETATEM EMVLANTES A BENEDICTO XIV PONT. MAX. SVPPLICI LIBELLO IMPETRARVNT VT QVOTANIS DIE OCTAVA JVLII SSMAE HVIVS ICONIS APPARITIONE DECORATA CONFESSARIVS PRO TEMPORE INCRVENTVM SACRVM IN HAC INTERIORI ARA VALEAT PERAGERE NE PRIVILEGII MEMORIA PEREAT DIE XXIII JVNII MDCCII CHIROGRAPHO IN COMM. ARCA SERVATO MONIALES P.P.

[Sotto la direzione benemerita di Laura Maria Sesso, le sorelle Maria Leonilde e Maria Matilde Thiene, splendore del monastero ed emule nella devozione, con una supplice richiesta ottennero dal Sommo Pontefice Benedetto XIV che l’8 luglio, giorno onorato per l’apparizione di questa santissima immagine, il confessore incaricato potesse celebrare il sacro rito su questo altare interno. Per evitare che la memoria di questo privilegio andasse perduta le monache, mettendo al sicuro il manoscritto nell’urna, posero il giorno 23 giugno 1702].


 

 

4. La musica e l’organo

Le ricerche d’archivio finora svolte sul monastero di San Domenico non hanno ancora ben delineato una delle attività fondamentali della vita delle monache: la musica. Nel coro, come è tradizione, le religiose eseguivano in canto piano o figurato le musiche per la messa e per l’officio divino. Solenni riti si celebravano, oltre che nelle maggiori solennità dell’anno liturgico, per la pronuncia dei voti delle nuove suore e per il giorno del patrono S. Domenico, dichiarato festivo dal Consiglio dei Quattrocento di Vicenza, e posto negli statuti del 1294 su istanza delle monache e dei domenicani di S. Corona. Molte dunque le occasioni di far musica all’interno del monastero, ma anche drastiche le limitazioni imposte dalle autorità ecclesiastiche. Il 19 gennaio 1618 il card. Gallo, quale rappresentante della Sacra Congregazione, scrive da Roma al vescovo di Vicenza:

“Non approvano questi Ill.mi miei Signori che dalle monache ò nelle loro chiese da persone secolari si faccia la musica in canto figurato, mi hanno però ordinato di scrivere a V.S. che la proibisca espressamente alle monache di codesta città, et diocese, ne permetta che vi si faccia senza particolare licenza di questa Sacra Congregazione”.

Il divieto di eseguire il canto figurato nei monasteri, particolarmente apprezzato nei primi decenni del Seicento nell’esperimentazione della “seconda prattica”, era indirizzato alle esecuzioni musicali fatte da “persone secolari” e non a quelle delle monache; mirava, quindi, ad evitare l’ingresso di estranei nel monastero che avrebbe potuto turbare il tranquillo scorrere della vita claustrale. Purtroppo non sono rari gli episodi di violazione della clausura da parte di persone, nobili congiunti e amici delle monache, perseguiti dall’autorità ecclesiastica.

Negli ultimi anni del Settecento, e forse prima, questa disposizione decadde perché  nel 1801 nei bilanci del monastero sono segnate uscite per i salari del confessore, predicatore, medico, chirurgo, gastaldo, sagrestano, ortolano e pure quello dell’organista; ciò significa che, almeno in quel periodo, l’organo non veniva suonato da una monaca.

Poco si conosce del primo organo. Uno strumento esisteva sul finire del secolo XVII perché in una “notta spese estraordinarie fatte da gennaio 1691 sin a maggio 1696”  compilata da suor Artemisia Franceschini (Vicenza, Archivio di Stato, b. 1648) è segnata un’uscita di £ 1465 e soldi 18 “Per speso per riparar il campanile rovinato da saetta, la chiesa, vetriate della medesima, agiustar l’organo, sechiaro di sagristia”.

Nel 1737, in occasione del riordino della chiesa, fu commissionato un nuovo organo a Bartolomeo Peretti, un prete di Noventa Vicentina socio del celebre organaro Pietro Nacchini. Nella ricevuta rilasciata alle monache il Peretti dichiarava “di aver ricevuto per conto dell’organo nuovo posto nel Coro delle Monache di S. Domenico l’organo vecchio con ducati 100, come da altra mia ricevuta del 25 corrente: et hora ricevo altri 96 scudi della croce per saldo, che in tutto fanno troni 1820, come d’accordo”.

Alcune perplessità sorgono sulla collocazione dello strumento: l’organaro scrive che lo pose nel coro delle monache, mentre il Bressan (La chiesa e il monastero di San Domenico, p. 20), non è dato sapere sulla base di quale documento, scrive che era in controfacciata, sopra la porta principale della chiesa. E proprio in controfacciata, appoggiato alla bussola, troverà posto un nuovo organo.


5. Il nuovo organo

Lo strumento che Andrea Zeni di Tesero (Trento) ha costruito per il Conservatorio di Musica “A. Pedrollo” si ispira agli organi realizzati in Sassonia da Gottfried Silbermann (1683-1753), il più noto organaro tedesco della sua epoca. Questi maturò una fondamentale esperienza nel laboratorio del fratello Andreas (pure lui noto costruttore d’organi) a Strasburgo dal 1702 al 1707 e poi per due anni presso l’organaro parigino Thiery, venendo così in contatto con la tradizione franco-alsaziana. Nel 1710 si trasferì nella città di Freiberg dove realizzò importanti strumenti tra cui quello del Duomo, un magnifico organo a tre tastiere con un 32’ al pedale e il ripieno dell’Hauptwerk sulla base di un Principale 16. Divenuto organaro di corte, realizzò pure spinette, clavicordi, cembali e alcuni fortepiani, acquisendo molta notorietà tanto da collocarsi in una posizione quasi monopolistica.

Contemporaneo di J.S. Bach, ebbe con lui rapporti di collaborazione nel campo della costruzione e dell’intonazione degli organi. La sua formazione si riflette nelle sonorità degli strumenti, capaci di rendere mirabilmente le grandi polifonie tedesche e i raffinati colori francesi, fondendo così due tradizioni che storicamente hanno avuto spesso caratteristiche contrapposte.

Grazie a principi di costruzione molto solidi e razionali, un gran numero di strumenti da lui realizzati è presente e funzionante ancor oggi in Sassonia. Un viaggio di studio fatto in quella regione nell’ottobre 2009 dall’organaro Andrea Zeni, incaricato della costruzione dello strumento, ha permesso un contatto diretto con organi e organari autori dei principali restauri (tra i quali Kristian Wegscheider), creando cosi le premesse ideali per realizzare un strumento dalle caratteristiche sonore assai prossime ai modelli di riferimento, pur con l’adozione di alcune soluzioni necessarie per l’esecuzione di un repertorio più ampio su questo organo.

COMPOSIZIONE FONICA


Hauptwerk

1.Bourdun            16’ (fino al La1 dal n. 23)

2.Prinzipal            8’

3.Rohrflöte           8’

4.Viola da gamba   8’

5.Octava             4’

6.Spitzflöte          4’

7.Quinta              3’

8.Octava             2’

9.Mixtur              4 fach

10.Terzia            1 3/5’

11.Trompete        8’

Oberwerk

12. Gedackt         8’

13. Quintadena     8’

14. Prinzipal         4’

15. Rohrflöte        4’

16. Nassat           3’

17. Octava          2’

18. Terzia           1 3/5’

19. Quinta          1 1/2'

20. Sifflöte           1’

21. Cymbeln         2 fach

22. Krumhorn        8’

Pedal

23. Subbaß          16’

24. Octavbaß        8’

25. Octava           4’

26. Posaune         16’

27. Trompete        8’ (fino al La1 dal n. 26)


Tremolo per tutto l’organo

Unione Ow / Hw (a cassetto)

Unione Hw / Ped e Ow / Ped (a pomolo)

Temperamento: Kellner

Accordatura: La3 = 440 Hz

Tastiere: Tasti diatonici in ebano e cromatici ricoperti con osso di bue; estensione: Do1 – La5

Pedaliera: parallela piatta; estensione: Do1 – Fa3

Collocazione corpi sonori: Oberwerk in posizione sopraelevata rispetto all’Hauptwerk.

Cassa: realizzata in legno di abete dipinta in policromia e proporzionata secondo lo stile architettonico usato da G. Silbermann; fregi su disegni originali ispirati ai modelli storici, intagliati a mano e rifiniti a foglia d’oro, collocati sia a coprire il vuoto fra le canne e i capitelli terminali delle varie campate, sia esterni ai fianchi superiori della cassa; fregi presenti anche a simulare il sostentamento delle campate a sbalzo; rifinitura a foglia d’oro anche per le parti piane dei cornicioni.

Il nuovo organo va a incrementare il notevole patrimonio strumentale del Conservatorio di Musica “A. Pedrollo”, del quale fa parte un altro grande organo meccanico (2.535 canne, 34 registri, tre tastiere di 61 note, pedaliera di 32 note) costruito nel 1989 dalla ditta V. Mascioni di Cuvio (Varese) per l’Auditorium “F. Canneti” nel Palazzo del Territorio in via Levà degli Angeli.


 

 

Bibliografia

M. Boschini, I gioielli pittoreschi Virtuoso ornamento della città di Vicenza,  Venezia, 1677, edizione critica illustrata con annotazioni a cura di Waldemar H. de Boer, Firenze, 2008, pp. 330-336;

B. Bressan, La chiesa e il monastero di San Domenico, Vicenza, 1874;

E. Arslan, Vicenza – Le chiese, Roma, 1958;

D. Bortolan-S. Rumor, Guida di Vicenza – con illustrazioni ed una carta topografica, Vicenza, 1919;

F. Barbieri-R. Cevese-L. Magagnato, Guida di Vicenza, Vicenza, 1956;

F. Fontana, Dipinti nelle chiese e negli oratori vicentini, Vicenza, Carnet del Turista, 1986;

F. Barbieri, Il patrimonio artistico di S. Pietro, Oratorio dei Boccalotti, Chiesa di San Domenico, in La Parrocchia di S. Pietro in Vicenza – per il 25.mo di sacerdozio del parroco don Adriano Masetto, Vicenza, 1968;

A. Da Schio, Filippo Pigafetta – Viaggio da Creta in Egitto ed al Sinai, Vicenza, 1984;

A. De Marchi, La Congregazione di carità di Vicenza – Istituto ed opere pie da essa amministrate – Cenni storici, Vicenza, 1904;

V. Bolcato, Per una storia dell’organo a Vicenza, in Numero unico edito in occasione dell’inaugurazione del nuovo organo, Conservatorio di Musica “A. Pedrollo” Vicenza, 1989;

V. Bolcato, Il Monastero di San Domenico in Vicenza sede del Conservatorio “Arrigo Pedrollo” – Breve nota storica, in Il Conservatorio di Musica Arrigo Pedrollo di Vicenza a trent’anni dalla fondazione 1969-1999, Vicenza, 2001;

V. Bolcato – Tommaso Cevese, Il Monastero di San Domenico e il Conservatorio di Musica di Vicenza Arrigo Pedrollo, Vicenza, 2006;

Comune di Vicenza, Progetti, scheda n. 40: Chiesa di S. Domenico – Restauro e adeguamento impiantistico.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare i servizi di navigazione. Utilizzandolo, l'utente accetta i cookie sul dispositivo. Per avere maggiori informazioni leggi la nostra privacy policy.

EU Cookie Directive Module Information